VITA, NASCITA E MORTE FRA I MARE ROMA
- Massimo Mannarelli
- 26 ott 2014
- Tempo di lettura: 5 min

Vita, malattia e morte sono inevitabili passagi nella vita di ognuno,
tuttavia vige, non solo, una differenza fra i diversi modi di concepire l'idea di un inizio e una fine, ma anche le modalità legate al rituale "per taluni comunitario" con il quale si affronta la malattia.
La mia esperienza insieme ai Mare Roma mi permette, oggi, di definire, se pur sinteticamente, i processi rituali "interni" relativi agli eventi sopracitati.
Quando parliamo di Zingari parliamo di uno scenario, al suo interno, assai differenziato che trova coesione reale solo nel concetto stereotipato del termine, noi qui focalizzeremo il nostro interesse sulla figura dei Mare Roma, ossia di quel gruppo che dietro questa definizione di sè si esprime indicando l'uguaglianza culturale e linguistica fra il ceppo degli Hrvatsko Roma (Rom provenienti originariamente dalla Croazia) e quello degli Slovensko Roma (zingari di provenienza slovena) che insieme ai Istrijansko Roma (gitani provenienti da fiume) formano, se pur questi ultimi considerati Aver Roma (altri Rom), i Cace Roma, ossia il nucleo dei veri rom.
All'interno di questa tribù come di qualsiasi altra la nascita e la morte rimangono gli avvenimenti più significativi ed importanti della vita di uno zingaro.
La prole vissuta come lo scopo unico e principale del matrimonio fa si che la sterilità sia ritenuta una punizione divina e la femmina sterile disprezzata dal gruppo familiare, poiché la famiglia ha un suo focolare autonomo solo quando essa ha generato un figlio/a.
In passato la donna gravida si allontanava dal resto della famiglia per rincasare, solo qualche tempo, dopo il parto, oggi la futura mamma rimane nel nucleo familiare svolgendo le normali attività quotidiane.
Successivamente alla riproduzione però alle donne viene posto il veto di preparare, per la famiglia, da mangiare o toccare utensili destinati al contatto con il cibo.
Nei primi mesi di vita del bambino si pensa che egli possa essere soggetto al malocchio, il pianto stesso se incessante ed esasperato viene considerato uno dei sintomi male auguranti, il male però non viene necessariamente e volutamente per mano di una persona ostile ma potremmo dire "per contagio".
Per rimediare alla cattiva sorte si usano diverse precauzioni e stratagemmi, uno dei rimedi per i rom cristiani rimane ancora il battesimo. Tale rito viene considerato uno dei mezzi per combattere il malocchio insieme ad altri e numerosi rimedi.
Nell'attesa di esso le donne confezionano per il neonato cuffiette adornate con fiorellini rossi fatti di nastro colorato, il rosso quale colore associato alla vita diviene un amuleto capace di scongiurare eventi nefasti e simbolo di buon auspicio.
La stranezza vuole che se ci si reca alla Abbazia di Padova dedicata a Sant'Antonio, si possono comperare braccialetti benedetti che sono appunto di colore rosso.
Il colore rosso sparisce da ogni kampina o roulotte, tenda o casa successivamente alla scomparsa di un componente della famiglia.
Le usanze gitane nei momenti fondamentali della vota riuniscono solo una cerchia ristretta di persone, l'unico momento dell'esistenza vissuto pienamente in maniera collettiva e capace di riunire insieme parenti e conoscenti è appunto la morte.
Essa è vissuta in modo molto profondo, il funerale solitamente unisce tutti i Roma di un dato gruppo che si trova nella regione, il rispetto non è testimoniato tanto dalla presenza in chiesa ma dalla larga partecipazione al funerale stesso che ne definisce la stima nei confronti del deceduto. Cessata la cerimonia esequiale la salma viene accompagnata al cimitero "tradizionale" (quello per intenderci in cui sono stati già seppelliti i propri cari).
Successivamente viene bruciato tutto quanto era posseduto dal "mule" (morto), comprese macchine e kampine (roulottes), ma anche tutti gli effetti personali, compresi documenti, carte d'identità, tessere sanitarie, atti di nascita o di proprietà e, in teoria, perfino soldi, al contrario vengono risparmiate le fotografie, o altri piccoli ricordi del trapassato come per esempio ciocche di capelli, un paio di orecchini che verranno conservati gelosamente e custoditi dalla famiglia in un contenitore particolare.
Essi sono in genere conservati dalla donna più anziana che qualora morisse porterebbe con se tutti i cimeli che verrebbero sostituiti, a loro volta, con quelli di quest'ultima.
Il nome del defunto non viene più pronunciato dai familiari i quali optano per parola sostitutive come il mio povero padre, la mia povera madre, ecc.
In seguito al decesso inizia un periodo di lutto che dura un anno, durante questo periodo non si battezzano i figli, si rinuncia ad ogni divertimento, ma soprattutto si usa rinunciare a certe bevande che erano predilette dal defunto come il caffè, vino, birra, ecc. le quali vengono versate per terra in onore del defunto ogni qualvolta le si berrà finito il periodo di lutto.
E' chiaro che la famiglia è il microcosmo che unisce intorno a se solo persone affilliate per parentela e amicizia, i figli dei Roma quindi imparano fin dalla nascita i valori e i ruoli della loro cultura tramite la partecipazione al gruppo e l'imitazione dei genitori.
La famiglia come mondo ristretto si stringe divenendo microcosmo all'interno del macrocosmo del campo nomadi.
Capitolo a parte poi è quello relativo alle malattie. Tra i Mare Roma, ma non solo, vige una certa diffidenza verso la medicina tradizionale soprattutto quando essa riguarda la somministrazione del farmaco. Se da una parte essi riconoscono l'efficacia potenziale della medicina, d'altro canto l'utilizzo viene, spesso, considerato pericoloso in quanto completamente sotto il controllo dei Gagè (non Zingari), e in particolare dei medici considerati figure estremamente ambigue. L'ingestione di sostanze interamente manipolate dai Gagè è sempre un rischio, e costante è la paura dell'avvelenamento, ricordo di vecchi rom incontrati che pur riconoscendo la cronocità di alcune patologie proprie tendevano a diminuire la quantità dei farmaci indicati, l'assunzione illimitata nel tempo era, per loro, segno di una situazione di sfortuna senza rimedio.
Solitamente la malattia viene fatta rientrare in una categoria più ampia la sfortuna, capitava, e non di rado, che i Mare Roma ricorrano per risolvere problemi di salute ai Devloro (santo). Quest'ultimi altro non sono che guaritori gagè, il più delle volte si tratta di figure femminili che avrebbero più dei preti, secono i Mare Roma, la capacità di rimanere caste e non sono considerate di fatto figure ambigue dalla comunità stessa.
La cura del devloro consiste nel porre le mani sul malato in segno di benedizione e nel dargli un immagine (spesso di santi o della Vergine Maria) o un amuleto benedetto da portare indosso; Oltre alle benedizioni i devloro prescrivono rimedi rintracciabili anche in molte delle terapie alternative quali limonata calda e in un tempo addietro massaggi con grasso di maiale, pur sollecitando, sempre, il malato a recarsi dal dottore.
Ma il devloro soprattutto benedisce l'olio, un pezzo di lana da mettere sotto la camicia, o una immagina religiosa, dietro al rito non vi è una richiesta esplicita in denaro ma un contributo volontario e spontaneo.
Nonostante abbia assistito ad uno di questi riti non sono in grado di comprendere intorno a quali cifre si giri, tuttavia la condizione di precarietà economica non mi fa pensare a compensi da capogiro come invece alcuni studiosi ipotizzarono.
L'utilizzo dei cosidetti guaritori è stato presente per molto tempo anche all'interno delle realtà contadine della bassa padana e non solo, entrambi i miei nonni materni per esempio, pare rientrassero, a loro insaputa, nella categoria del devloro, poiché praticavano (non tanto come alternativa alla paura della manipolazione farmacologica da parte di terzi) riti di guarigione con benedizione, preghiere e cure naturali.
Nascita, vita e morte rimangono ancora gli avvenimenti costituenti la vita dell'essere umano contraddistinte solo dai diversi rituali con i quali esse vengono vissute.