LA CONGIUNZIONE DEI DUE OCEANI. BREVE RIFLESSIONI SULLA DINASTIA ILLUMINATA MOGHUL.
- Massimo Mannarelli
- 18 feb 2018
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La dinastia Moghul fu ricordata soprattutto per la sua politica illuminata che permise a popoli di fedi e costumi diversi di convivere in modo armonico.
L’Imperatore Akbar (m. 1605) non abolì soltanto la jizya (la tassa specifica per i non musulmani all’interno dello stato islamico), ma concesse perfino il diritto ai convertiti di tornare alle precedenti confessioni. Inoltre gli indù, seppur sottomessi a un dominio straniero, entrarono nei ranghi del potere come massimi funzionari dello stato e godettero di grandissimo rispetto.
Ad Agra, sede della corte, così come a Delhi e a Lahore, gli artisti e i poeti, i mistici e i filosofi di fedi diverse godevano di una libertà all’epoca sconosciuta altrove; già dai tempi di Akbar avevano avuto inizio le traduzioni in persiano dei grandi libri della civiltà induista, vennero tradotti il “Mahabharata” e il “Ramayana”, ma anche opere di storia, astronomia e aritmetica.
Akbar, a cui erano nate allora solo figlie femmine, si era recato in pellegrinaggio presso la tomba del grande mistico persiano Mu‛in al-din Chisti (m. 1236) per chiedere con la preghiera la nascita di un figlio maschio.
Muhammad Dara Shikoh (letteralmente La Gloria di Dario) figlio primogenito del Gran Moghul Shah Jahan e della sua favorita Mumtaz Mahal (m. 1631) nacque (29 sàfar 1024 dell’egira) nei pressi di Ajmer (Rajastahn), nell’India nordoccidentale.
Dara era ancora adolescente quando il padre pose la prima pietra di una meraviglia del mondo, il Taj Mahal, dedicato alla sua prediletta e da poco scomparsa, Mumtaz Mahal. Egli crebbe in un contesto colto e, soprattutto, cosmopolita, all’interno del quale mussulmani e induisti avevano trovato un saggio compromesso politico per convivere in pace nel subcontinente asiatico. La dominazione Moghul prosperava nel nome del pluralismo, della tolleranza e dell’amore per il bello. Dara era il figlio di questo affascinante intreccio di diverse culture orientali. Nelle sue vene scorrevano sangue persiano, indiano, afghano e mongolo. Nonostante dopo di lui fossero nati altri tre figli maschi, il padre lo aveva già scelto come successore. Ma il giovane era più portato per la poesia che per l’arte della politica. Scriverà, infatti, un’opera di immenso valore intitolata Majma‘ al-Bahrayn(«La congiunzione dei due oceani») in cui comparava l’Islam all’Induismo e alle altre religioni monoteiste per dimostrare che in fondo, sono voci diverse intonate per cantare lo stesso Dio. Egli riteneva che i Veda fossero le scritture inviate da Allah ai popoli dell’India. Tra tutti i libri rivelati vedeva un’intima consonanza: la Torah, i Salmi, i Vangeli, il Corano e appunto, i Veda e le Upanishad. «Così come l’uomo … è un individuo unico nonostante la varietà e la pluralità dei suoi organi e membra e non diviene molteplice in virtù di tale pluralità, allo stesso modo anche l’Essenza divina è unica e non diviene molteplice in virtù delle sue differenti determinazioni» affermava Dara.
Anche se non citato da Dara è possibile trovare ulteriori conferme alle sue tesi trattando la figura del dodicesimo Imam occulto Mahdi (secondo la tradizione islam sciita duodecimana) e la manifestazione del Kalki quale decimo avatar di Krishna, entrambi giungeranno alla fine dell'epoca del ferro o kaliyuga per sconfiggere il male.
La sua inclinazione per l’esoterismo islamico e l’attrazione verso i santi del passato e del presente si manifestarono in lui assai presto, come mostra una biografia di maestri del tasawwuf “la Safīnat al-awliyā” scritta all’età di venticinque anni.
Poco a poco il principe si allontanò sempre più dalla politica per avvicinarsi ad un mondo abitato da mistici e molto lontano dalle cose legate alla mondanità.
Fra questi spiccavano Miyan Mir, un eminente sufi nativo del Sistan che giunse a Lahore nel 1575 divenendo uno dei principali esponenti della Qādiriyya e a cui il principe restò legato anche dopo la morte e il Mullah Shah Badakhsi (m. 1661), principale successore di Miyan Mir, che nel 1634, l’appena diciannovenne Dara fece salvare da un consiglio di ulema che lo aveva condannato a morte per blasfemia. Tale condanna era stata invocata contro il santo a causa delle sue shathiyyat, ovvero le «sentenze estatiche» pronunciate durante gli stati mistici – pericolose agli occhi dell’ortodossia – che ricordavano quelle di Bayazid Bistami (m. 874) e Mansur al-Hallaj (m. 922).
Nei loro frequenti incontri, a Lahore e in Kashmir, Mullah Shah istruì Dara Shikoh nei metodi rituali della Qādiriyya, ordine sufi fondato nel XII secolo che derivava il suo nome dal mistico di origine iraniana ʿAbd al-Qādir al-Jīlānī (m. 1166, Baghdad). Tra Mullah Shah e Dara Shikoh si istaurò anche una corrispondenza epistolare, in parte conservata. Mullah Shah iniziò soprattutto il principe moghul alla dottrina ibnarabiana della waḥdat al-wujūd («unicità dell’essere») – secondo cui tutta la realtà fenomenica è un aspetto dell’unica Realtà divina – che divenne il fulcro della visione spirituale e intellettuale del suo discepolo.
Strinse amicizia anche con Baba Lal Das e Banwali Das, due dotti indù, attirandosi l’ira degli ulema conservatori.
Dalla personalità curiosa e aperta a ogni confronto, ma soprattutto versatile e ricettivo nella sua continua ricerca della verità, Dara Shikoh fu al contempo un vivace organizzatore culturale, degno erede in tal senso di suo padre Akbar. Come Akbar, il giovane principe promosse la collaborazione tra dotti e mistici di diverse fedi religiose, fu protettore e punto di riferimento di una cerchia di brillanti studiosi e poeti e seppe utilizzare le ingenti risorse a sua disposizione per progetti culturali di grande rilievo, quale la traduzione in persiano delle Upanishad.
Ma la bella vita del giovane principe aveva i giorni contati. L’amato padre il Gran Moghul Shah Jannah, forse dopo qualche eccesso erotico con una bella tredicenne di cui si era invaghito, si ammalò e i suoi tre figli minori si allearono contro Dara Shikoh. Fra di essi spiccava il terzogenito Awrangzeb, abile guerriero e stratega di rango. Al contrario del fratello maggiore Awrangzeb non era interessato all’arte, alla musica e al dialogo, ma era un musulmano devoto all’ortodossia sunnita. Alla lettura delle vite dei santi preferiva il “Principe” di Niccolò Machiavelli del quale applicò spietatamente i consigli.
Awrangzeb giurò fedeltà e amicizia al fratello maggiore, mentre in realtà gli stava dichiarando guerra. Dapprima fece rinchiudere il vecchio padre in una fortezza e poi – approfittando delle sconfitte militari di Dara – si autoproclamò Imperatore. Ebbero inizio decenni di terrore e il declino dell’Impero Moghul. Il vecchio Shah Jahan morirà solo dopo aver visto i suoi figli perire uno a uno sotto la spada di Awrangzeb.
In fuga dallo spietato fratello Dara Shikoh raggiunse Delhi appropriandosi del tesoro statale, ma quando gli giunse la notizia che Awrangzeb si stava avvicinando decise di arretrare a Lahore. La sua rocambolesca fuga ebbe termine solo quando questi lo acciuffò come un delinquente qualsiasi, ad Ahmedabat, nel Gujarat.
Awrangzeb non ebbe pietà: da sempre era stato geloso delle attenzioni e dei privilegi di cui aveva goduto il fratello maggiore, ma soprattutto lo disprezzava perché lo considerava un empio e un infedele.
Il 19 agosto, in una Delhi affollata, Dara Shikoh e il figlio vennero costretti ad attraversare il bazar vestiti di stracci e incatenati a una brutta elefantessa. Awrangzeb sperava che la folla manifestasse disgusto per quei due miscredenti, invece tutto il popolo pianse per quel principe buono.
Non contento di ciò Awrangzeb riunì un consiglio di ulema che condannò a morte il fratello “per ripetute offese alla religione”. Dara Shikoh venne giustiziato il 30 agosto 1659 e come ultima umiliazione il suo cadavere decapitato venne fatto girare sul dorso di un elefante per le vie della città.
Awrangzeb, ormai diventato un fanatico religioso visse la sua esistenza nel sospetto e nella diffidenza circondato da un branco di figli ribelli e convinto di essere tormentato dal fantasma di Dara Shikoh.
Il nuovo imperatore, che regnerà fino alla morte sopraggiunta nel 1707, oltre a reintrodurre la jizya portò avanti una politica decisamente ostile nei confronti della popolazione di fede induista offendendo i loro culti e privandoli dei privilegi di cui avevano goduto sino ad allora. Il suo regno cadrà con l’occupazione inglese che trasformò il subcontinente indiano in una colonia britannica.
L’idea che esistesse un’unica verità comune a tutti gli esseri umani morì insieme a Dara a tal punto che ancora oggi il dialogo fra uomini dalle fedi o all’interno dell’Islam di correnti diverse è più mosso da strategie politiche quanto piuttosto che da un interesse reale nelle ricerca dell’Unità.
Spesso chi possiede una fede la considera come verità assoluta in quanto propria, l’ego continua a produrre verità che si moltiplicano a dismisura ormai in tutti i campi che siano essi religiosi, politici e non solo, a tal punto che più le verità aumentano e più la menzogna sembra crescere.
Il mondo si avvia verso un periodo di grandi conflitti e terrore che non avverranno solo per mano di uomini di una fede piuttosto che di un'altra, ma per un fanatismo che si estende sempre più ad ogni settore della vita quotidiana, che esso riguardi un metodo o una preferenza.
