• Massimo Mannarelli

GLI "HRVATI MOLISANSKI". LA PRESENZA CROATA IN MOLISE


Tra le 41 minoranze linguistiche presenti sul territorio italiano rilevate sulla base della Carta delle lingue d'Europa vi è quella croata.

E’ importante dire che nella lingua croata esistono storicamente due termini per identificare la propria popolazione: Hrvatsko e Hrvati che esprimono di fatto due significati diversi: la parola “hrvatsko” specifica la provenienza dal territorio della Croazia, mentre il termine “hrvat” indica in modo specifico l’essere originario della Croazia. Quest’ultimo termine, oltre che essere usato per denominare gli attuali croati della Croazia che nella ex Jugoslavia sono presenti anche in altri stati, viene utilizzato anche per indicare i profughi croati che tra il XV ed il XVI secolo, fuggendo dall’invasione turca, finirono in Austria, in Gallignana dell’Istria, in Ungheria, Romania, Repubblica Ceca, Polonia e in Italia: tale popolazione viene appunto denominata come “originaria della Croazia”. Con tale termine si intende in particolare un gruppo di persone parlanti la stessa lingua, in possesso di certe tradizioni (tra le quali rientra l’appartenenza alla religione cattolica) e abitanti lo stesso territorio.

In Italia nel territorio molisano sono presenti alcune minoranze etno-linguistiche, site tutte nella Provincia di Campobasso. Le principali sono quella croata, unica in Italia, che si è insediata nel territorio compreso tra i fiumi Biferno e Trigno fra i comuni di Acquaviva Collecroce (Kruč), Montemitro (Mundimitar) e San Felice del Molise (Filič), situati nell'Alto Molise a pochi chilometri dal confine abruzzese e posti attorno al vasto anfiteatro segnato dal Monte di Palata ad est, dal Monte Mauro a sud e dal Monte Baiardo ad ovest. In particolare, ci riferiamo qui ad un antico insediamento di circa duemila persone di origine croata. Il loro numero è diminuito con il passare degli anni in seguito alle forti migrazioni dettate dall'alto tasso di disoccupazione. Mentre è storicamente accertata la colonizzazione da parte di profughi croati dei comuni di Palata, Tavenna, Mafalda, San Biase, San Giacomo degli Schiavoni, Montelongo e Petacciato, nella provincia di Campobasso. Purtroppo soltanto nei primi tre paesi citati si conservano, ancora oggi, la lingua, gli usi ed i costumi della stirpe d'origine.

In questi luoghi, nel XV secolo, si fermano le non poche famiglie immigrate dall'altra sponda del mare (“Iz d'one bane mora”) che ripopolano queste terre rimaste deserte a seguito del vastissimo terremoto del 1456. Tuttavia la presenza dei croati in Molise ha radici ancora più antiche in quanto i primi arrivi di slavi provenienti dall'altra sponda dell'Adriatico lungo le coste molisane, di cui abbiamo documentazione certa, avvennero agli inizi del XIII secolo, per motivi economici, commerciali e culturali. Risale addirittura al marzo 1203 un primo trattato commerciale tra la già fiorente Repubblica Marinara di Ragusa in Dalmazia ed il piccolo porto molisano di Termoli per la concessione della isopolitìa (una istituzione dell'età ellenistica mediante la quale due comunità sancivano un reciproco diritto di cittadinanza), che comprendeva anche l'arboraticum ed il plateaticum, riferibili all'attracco delle navi ed al commercio. Per quanto attiene, invece, alla bolla di papa Bonifacio VIII del 22 settembre 1297 - che conterrebbe la citazione latina Castrum Aquaevivae, habitatum cum vassallis Schlavonis (Il paese di Acquaviva, abitato da sudditi Schiavoni) riportata anche nell'opera del Rešetar e poi ripresa pedissequamente da tutti gli autori posteriori come il francescano Teodoro Badurina che aveva dimostrato, riportando per primo il testo integrale della Bolla pontificia, come essa nominasse soltanto il monastero di Sant'Angelo in Palazzo (sito nell'attuale territorio di Acquaviva) nell'allora Diocesi di Guardialfiera, tra i beni dell'Ordine Melitense. La citazione latina, che nomina la località di Acquaviva come già abitata da coloni schiavoni, è, invece, di molto posteriore e risale al 1594, come ha potuto dimostrare un ricercatore locale che l'ha rinvenuta in un elenco di beni appartenuti ai feudatari dell'agro di Acquaviva Collecroce.

Non vi è dubbio che le ondate migratorie più consistenti si verificarono dopo la famosa disfatta di Còssovo del 1389, meglio nota nella storiografia italiana come la Battaglia del Campo dei Merli, che segnò la sconfitta degli eserciti cristiani e la progressiva espansione degli Ottomani nella penisola balcanica con conseguente esodo delle popolazioni slave ed albanesi verso la penisola italiana. A tal proposito è molto illuminante la sintetica ed efficace motivazione che ne dà, nel testo originario in latino del 1777, Mons. Francesco Lauria, Vescovo di Guardialfiera, in una delle relazioni per le periodiche visite "ad limina", a proposito della popolazione slava di Acquaviva, Palata e Cerritello:

«Gli abitanti Schiavoni traggono origine da coloro che, essendo stata la Dalmazia invasa dai Turchi, al fine di non perire sotto la loro spada o di non essere condotti in loro misera schiavitù, una volta approdati ai porti italiani, istituirono delle nuove colonie nel nostro Regno di Napoli».

Con la conquista di Costantinopoli, avvenuta nel 1453, i Turchi iniziarono l'espansione verso i territori settentrionali, abitati da popolazioni slave e determinarono sin dal XVI secolo importanti ondate migratorie. La Repubblica di Venezia e il Regno di Napoli agevolarono gli insediamenti lungo le coste adriatiche per ripopolare le terre che, in quegli anni, erano rimaste abbandonate a seguito del vastissimo terremoto del 1456 e della Peste del 1495.

La debolezza veneziana permise agli Aragonesi del Regno di Napoli, di estendere la loro influenza anche sull'altra sponda adriatica e nello stesso tempo favorì l'espansione turca. L'avanzata inarrestabile dei Turchi trasformò in vero e proprio esodo quella che era una cadenzata emigrazione. Per favorire l'insediamento dei transadriatici, e in considerazione della loro povertà, i re aragonesi concessero agli immigrati del Regno di Napoli alcuni privilegi, come il dimezzamento dei tributi per un periodo di circa cinquant'anni. Sebbene, in mancanza di documentazione d'archivio, non sia possibile definire con esattezza la datazione della venuta dei profughi slavi in Molise, gli studiosi prendono in considerazione la fine del XV secolo con delle motivazioni sia linguistiche sia numismatiche. Infatti, mentre si conservano nel Molise quasi tutti i termini in croato per indicare i frutti dell'agricoltura, mancano completamente le denominazioni slave per alcuni prodotti alimentari diffusisi velocemente in Europa dopo la scoperta dell'America (come le patate, i pomodori, il granturco, etc.). Inoltre si nota che nei tre paesi l'unità base della moneta è detta "puh", che in croato letteralmente significa "ghiro" evidentemente perché i primi profughi provenienti dalla Dalmazia avevano scambiato per un ghiro quell'ermellino raffigurato sulla più comune moneta d'argento coniata. La minoranza croata quasi sempre si trovò a riedificare e ripopolare antichi borghi, abbandonati a causa di terremoti e pestilenze. È il caso di Acquaviva Collecroce che - se pure esistita nello stesso posto già alla fine del secolo XIII - dovrebbe essersi spopolata in seguito ad eventi diversi e, poi, sarebbe stata ripopolata da profughi croati, tra il XV ed il XVI secolo, provenienti sia direttamente dalla Dalmazia sia dalla vicina località di Cerritello, dove convivevano già coloni slavi ed albanesi, con le rispettive chiese cattoliche di rito latino e greco.

Per quanto riguarda il periodo di insediamento, è opportuno riportare quanto scrive il già citato Mons. Giannelli, allora vescovo di Termoli

«Non si sa il tempo preciso nel quale vi fu fissata la colonia degli Schiavoni. Si può avere per verosimile che vennero nell’anno 1520 in circa: cioè quando si portarono ad abitare in San Felice, luogo a questo contermino».

Tra gli altri paesi già slavi, Palata, ormai italianizzata nella parlata ma i cui abitanti hanno conservato i cognomi chiaramente di origine croata, è forse l'unico abitato che aveva una testimonianza lapidea con una data precisa. Da più fonti infatti era riportata la seguente scritta, incisa sull'architrave della porta d'ingresso alla Chiesa parrocchiale di Santa Maria la Nova: HOC PRIMUM DALMATIAE GENTES INCOLU E RE CASTRUM AC A FUNDAMENTIS EREX E RE TEMPLU ANNO DOMINI MDXXXI (Le genti della Dalmazia abitarono in questa prima località - ed eressero la Chiesa dalle fondamenta Nell'anno del Signore 1531).

L'unico insediamento slavo che risulta fondato con certezza dalla popolazione minoritaria è il paese di San Giacomo degli Schiavoni. Mons. Giannelli scrive che, durante il governo di un suo predecessore:

«Verso la metà del XVI secolo il Vescovo di quel tempo Vincenzo Durante, per la coltura del terreno lasciato in abbandono per lo scarso numero de' naturali nei luoghi contermini, permise che vi fissassero il loro domicilio e vi edificassero case alcuni uomini e donne che, poveri e meschini dalla Dalmazia, erano approdati in questo lido dell’Adriatico mare. Stabilirono costoro la loro abitazione nella collina più elevata della tenuta (...) edificarono la Chiesa dedicata all’Apostolo S. Giacomo il maggiore (...) Se sia vero che, prima dei Sanniti aveva popolato questa regione de’ Frentani la gente dalmatina e liburna, come si dirà nel descrivere Petacciato, vennero i Dalmatini stessi a ripigliarne il possesso. Ed avendo nel descritto sito fissato il domicilio, nell’anno 1566 convennero col Vescovo Vincenzo Durante di quello che gli dava il Vescovo per il sostentamento e di quello che dovevano essi loro corrispondere alla Mensa vescovile, padrona assoluta dell’intero territorio».

È probabile che la religione cattolica aiutò gli esuli insediatisi sul territorio italiano, perché, per aver combattuto contro gli Ottomani, essi erano stati accolti come eroi della cristianità. D'altro canto, le molte famiglie emigrate dall'altra riva dell'Adriatico ritennero vantaggioso spostarsi in terre conosciute come fertili. Nell'opera del citato Rešetar, viene indicato che «prima del 1880 era molto difficile aprirsi una via fino alle colonie serbocroate del Molise, semplicemente perché non c’erano strade!».

È comprensibile, perciò, che sino ad allora la comunità minoritaria sia riuscita a mantenere integra la propria identità linguistica e culturale.

Ci si potrebbe domandare come mai proprio nel Molise si andarono a stabilire alcuni gruppi slavi provenienti dalle zone interne di Vir, Makarska, Vrgora, Imotski e Ljubuscki, in fuga dai turchi prima verso la costa dalmata poi verso l’Italia, i quali mantennero nei secoli l’idioma della loro terra d’origine. Quasi certamente la scelta fu dettata dall’opportunità, poiché tale regione si trovava esattamente di fronte al litorale abbandonato dai profughi. Essi sostarono in questa zona perché vi scoprirono condizioni molto simili a quelle della loro terra d’origine e particolarmente favorevoli: caratteristiche ambientali, disponibilità delle autorità civili e religiose locali, territori completamente disabitati a causa della peste e dei terremoti. Il fattore slavo venne quasi del tutto assimilato entro la fine del Settecento-inizio dell’Ottocento. Sicché l’unico residuo slavo insediato nella penisola italiana, se si esclude l’importante area slovena nel Friuli-Venezia Giulia, è la piccola colonia croata che abita i tre villaggi menzionati e che parla “Naš Jezik” ( è anche il titolo di un mensile stampato a Grottaferrata, organo ufficiale della Pro Loco dei paesi croati del Molise dal 1968 al 1971).

L'idioma parlato dalla minoranza è sostanzialmente l'antica lingua croata del tipo štòkavo-ìkavo, in uso nella Dalmazia centrale fra i fiumi Cettina e Narenta, nel retroterra croato ed in Erzegovina. Secondo alcuni studi, si tratterebbe di un idioma conservato da circa 400 anni, con una fisionomia eminentemente pratica, appunto perché parlato in prevalenza da contadini, supportati dal fatto che non vi sarebbero presenti parole astratte. Secondo ricerche e lavori di studiosi e studenti locali, il patrimonio linguistico dei Croati del Molise è stato valutato sulle 3.000 parole, che arriverebbero a circa 5.000 vocaboli in base alle catalogazioni più recenti.

L'antica lingua croata è, oggi, usata soprattutto nei rapporti familiari e nelle relazioni interpersonali. Essa è stata trasmessa per cinque secoli con la sola tradizione orale e non esistonotracce di scritti, se si escludono alcune poesie. La più consistente testimonianza scritta della lingua croata si ebbe a partire dal 1967 quando fu pubblicata la prima rivista bilingue italo-croata intitolata Naša ric/ La nostra parola, diventata poi Naš jezik/La nostra lingua, che aveva per motto la frase dell'eroe dei Croati del Molise, Nicola Neri, medico nato ad Acquaviva nel 1761 e professore di fisiologia, commissario alla guerra durante la Repubblica Partenopea, impiccato a Napoli nel 1799: «Non dimenticate la nostra bella lingua».

Essendo sempre stati fedeli alla chiesa di Roma, la messa è stata sempre celebrata in lingua latina sino al Concilio Ecumenico Vaticano che permise la celebrazione delle funzioni religiose nelle lingue locali. Per mancanza di sacerdoti del posto e per la difficoltà di tradurre in un linguaggio semplice e concreto la complessa terminologia liturgica, la celebrazione liturgica è stata subito celebrata in lingua italiana, conservando però canti di lingua croata.

E’ importante ricordare che i rapporti tra le due sponde adriatiche, dopo la caduta dell’Impero romano, sono intensi ma tutt’altro che amichevoli.

In provincia di Campobasso, i rapporti con i luoghi d'origine, interrottisi con la prima guerra mondiale, riprendono e s'intensificano a partire dagli anni Sessanta, quando alcuni studenti del posto cominciano ad interessarsi alle loro origini, iniziando un'intensa opera di sensibilizzazione a livello locale, regionale, nazionale collaborando con organismi culturali della ex Jugoslavia (Matica iselijenika hrvatska, Università, gruppi folcloristici). Le autorità locali avviano rapporti con gli omologhi croati. Seguono visite ai tre Comuni da parte di autorità civili e religiose della ex Jugoslavia prima e della Croazia dopo (ambasciatori presso lo Stato italiano e la Santa Sede, cardinali e vescovi).

La vera svolta nei rapporti tra la minoranza croata molisana e la madrepatria si ebbe negli anni Novanta, poco dopo lo scoppio delle guerre jugoslave. La questione dei croati d’Italia va infatti vista nel contesto del contenzioso fra Roma e gli Stati successori della Jugoslavia di Tito circa le rispettive minoranze.

Alla minoranza croata in Italia l'Italia assicura (tenendo conto delle disposizioni dello Statuto della Regione Molise) libertà di espressione della propria identità e cultura, anche attraverso l'uso in privato ed in pubblico della madrelingua, nonché la libera istituzione ed il mantenimento delle proprie associazioni culturali.

Nell'autunno 2009 l'allora presidente croato Stipe Mesic si è recato in visita nei tre comuni; stessa cosa ha fatto quattro anni dopo il suo successore Ivo Josipovic.

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