• Sibilla Mannarelli

I KAMIKAZE, MODERNI SAMURAI IN DIFESA DEL GIAPPONE


Il 21 ottobre del 1944, nel pieno della battaglia di Leyte, nelle Filippine, comparve il primo attacco

"kamikaze" degli aviatori giapponesi che sacrificarono la loro vita per "l'Imperatore e l'Impero".

Il termine in sé, formato dalle parole Kami (神), che significa appunto “divinità”, e Kaze (風), vento, significa

“Vento divino” ed ha una storia molto antica legata ad un evento avvenuto durante il cosiddetto “Periodo

Kamakura” (1185 – 1333). Durante questo periodo i giapponesi si trovarono a dover contrastare tentativi di

invasione da parte dei mongoli. Ai tempi il nipote di Genghis Khan, Kublai (125-1294), divenuto sovrano

della Grande Mongolia decise di inviare una lettera al Giappone nella quale minacciava di invadere il paese

se non fosse stata riconosciuta la sovranità della Mongolia (alla quale i giapponesi avrebbero dovuto

versare dei tributi); le autorità giapponesi ignorarono la richiesta, provocando una serie di attacchi da parte

dei mongoli. Fu proprio durante queste invasioni che si presentò il Kamikaze, il Vento divino.

Kublai inviò circa 900 navi dalla Corea nel 1274, che costrinsero in un primo momento i giapponesi ad

arretrare fino a quando non vennero seriamente danneggiate da un violento uragano nel quale molti

uomini persero la vita. Gli invasori, ridotti di un terzo, si ritirarono così in Corea, permettendo ai nipponici

una tregua che gli permise di prepararsi al meglio in previsione di un secondo attacco che fu ben più serio,

ed il Giappone corse allora un pericolo molto grave, ma a causa di un ennesimo tifone le truppe nemiche si

trovarono la flotta completamente smantellata. I giapponesi considerarono divino quel vento che si era

abbattuto sui nemici.

Ma torniamo alla seconda guerra mondiale. L’idea di ricorrere a questo tipo di attacca nasceva dal fatto che

il Giappone non disponeva degli strumenti di guerra necessari per contrastare gli USA e quindi il

comandante Asaiki Tamai, nel disperato tentativo di difendere il proprio territori, chiese ai suoi giovani

soldati di sacrificarsi per la patria.

Appena quattro giorni dopo, il 25 ottobre, nel golfo di Leyte ci fu la prima missione senza ritorno della

'Kamikaze special attack force', l'unità specializzata.

I raid contro le navi americane e alleate furono una mossa disperata essendo le sorti della battaglia del

controllo del Pacifico indirizzate in modo inesorabile a favore degli Usa. Il fallimento degli scontri navali e

aerei convenzionali non lasciavano spazio che al sacrificio estremo. Il capitano Motoharu Okamura, un asso

dei cieli e pilota di aerei sperimentali fin dagli anni '30, ne era convinto. "Credo fermamente che l'unico

modo per portare la guerra a nostro favore sia ricorrere ad attacchi suicidi con i nostri aerei. Ci saranno più

che sufficienti volontari per sfruttare l'occasione di salvare il nostro Paese".

La prima forza kamikaze era composta da 24 piloti volontari. Gli obiettivi erano le portaerei di scorta

statunitensi: una, la San Lo, fu colpita da un caccia A6M Zero e affondata in meno di un'ora, uccidendo 100

americani. Più di 5.000 piloti suicidi morirono nel golfo distruggendo 34 navi. Un trend destinato a ripetersi

e a coinvolgere i piloti-ragazzini, appena diciottenni. Un sacrificio estremo che non impedì la conquista

alleata delle Filippine, di Iwo Jima e Okinawa, fino alla capitale Tokyo.

Per le loro incursioni, i kamikaze impiegarono velivoli convenzionali e aerei imbottiti di esplosivo o benzina

o appositamente progettati e chiamati Ohka ("fiori di ciliegio") dai giapponesi e Baka ("inganno") dagli

americani, visto che erano dei velivoli-razzo sganciati dal bombardiere.

Per la marina americana combattere contro i kamikaze fu una delle esperienze più sanguinose e dolorose

della guerra.

Alla fine della seconda guerra mondiale il servizio aeronautico della marina giapponese aveva sacrificato

2.526 piloti kamikaze, mentre quello dell’esercito ne aveva sacrificati 1.387. Secondo fonti americane,

approssimativamente 2.800 attaccanti kamikaze affondarono 34 navi della marina, ne danneggiarono altre


368, uccisero 4.900 marinai e ne ferirono oltre 4.800. Nonostante l’allarme dei radar, l’intercettazione in

volo ed un massiccio fuoco antiaereo il 14% degli attacchi Kamikaze giungeva fino all’impatto contro una

nave; circa l’8,5% delle navi colpite dagli attacchi kamikaze affondò.

La tradizione della morte invece della sconfitta, della cattura e della vergogna era profondamente percepita

e radicata nella cultura militare giapponese.

I Kamikaze ammantavano la loro azione di un’aura sacrale, testimoniata anche dai nomi scelti per le proprie

unità di attacco: Unità Shikishima (Isola bella), Unità Yamato (Razza giapponese), Unità Asahi (Sol Levante),

Unità Yama-zakura (Fiori di ciliegio selvatico di montagna) presi da un poema patriottico di Motōri Norinaga

del 1700 che appunto così recita:

“Se mi chiedete cos’è l’anima della razza giapponese della bella isola, rispondo che è come fiore di ciliegio

selvatico ai primi raggi del sol levante, puro, chiaro e deliziosamente profumato”.

Per molti versi i principi alla base delle azioni del Kamikaze sono molto simili a quelli cardine della vita del

samurai e del suo codice, il Bushido: lealtà e onore fino alla morte.

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